Lo avevano trovato su una spiaggia qualche settimana prima, consumato dalla fatica e quasi senza vita. Aveva lottato per un' intera notte contro le onde del mare per sfuggire al naufragio della sua nave mercantile, e quando all'alba aveva finalmente intravisto la linea costiera si era lasciato cullare dalla marea, ed infine era riuscito a stringere tra le mani un pugno di sabbia bagnata, il simbolo della sua salvezza.
Il carro con cui lo stavano trasportando non assomigliava per niente a quelli con cui era abituato a condurre le merci nelle ricche città fortificate che aveva attraversato innumerevoli volte durante l'arco di quasi tutta la sua vita: non aveva un tetto che lo proteggesse dal sole e le travi che lo componevano sembravano fossero state strappate direttamente dal cuore degli alberi. Era riuscito a sopravvivere fino a quel momento cibandosi delle colonie di larve infestanti che si erano formate nel grezzo materiale, e il fatto che per ogni giorno che passava la struttura diventava più instabile e pericolosa non sembrava preoccuparli eccessivamente. Loro.
Aveva qualche vago ricordo di quando fu catturato sulla spiaggia: un cumulo di teste verdi e ridacchianti che lo circondavano e gli sputavano addosso, che lo deridevano per la sua debolezza e incitavano i granchi a pungerlo e a strisciargli addosso. Quando capirono che non era ancora morto, lo presero e lo gettarono nel carro. Durante il viaggio era stato lanciato dentro a qualche lago non ancora ghiacciato, non sapendo se lo facevano per farlo bere o per vedere che effetto faceva su una creatura inferiore. Le loro braccia erano forti, ed erano armati, sapeva che se avesse fatto qualche mossa sbagliata lo avrebbero strappato dalla sua miseria con estrema facilità, ma voleva comunque scappare, perchè intuiva che il suo destino sarebbe stato peggiore di una rozza lancia di legno piantata nel cuore.
Erano orchi.
L'accampamento si estendeva per qualche miglio quadrato, a ridosso di una collina che abbracciava un fazzoletto di terra infestato da insetti urticanti e piccole lagune palustri. Era stato trasferito in una prigione a cielo aperto, e condivideva il freddo del fango e le punture delle zanzare con due cadaveri: li aveva riconosciuti, erano suoi marinai. Uomini temprati dal mare, duri e coraggiosi, ora giacevano morti.
Gli orchi che ogni tanto passavano accanto alla sua buca solevano gettargli addosso gli scarti di quello che avevano mangiato, generalmente lunghe strisce di pelle di carcasse dimenticate e marcite sotto alle loro tavole, e lui non aveva altra scelta se non quella di cibarsi, per sopravvivere. Aveva perso la cognizione del tempo, e una sera, mentre sfiancato dall'inedia e dalla febbre sonnecchiava accucciato addosso ad una parete di terra, più fredda del cuore di Hankar Il Dannato, lo presero e lo condussero ai piedi dell'Altare. Aveva sentito parlare dell'oscuro Dio degli orchi, che alcuni con timore chiamavano Cythor, ma lui era sempre stato un uomo pragmatico, che conversava di denari e di belle donne, lasciando agli sprovveduti e ai deboli di cuore il compito di parlare con le lontane divinità di Outworld, ma ora il Male era di fronte a lui, e lo fissava con occhi rossi di rubino. L'idolo che gli orchi avevano costruito per il loro Signore Supremo era un bizzarro e grottesco totem, composto da ossa e tenuto insieme da spesse corde, sulla cui cima troneggiava il teschio svuotato di una creatura gigantesca che mai aveva visto prima, ed al posto dei bulbi oculari vi erano due pietre preziose, rosse come il sangue e grandi quanto un pugno, che imitavano lo sguardo impenetrabile di Cythor. Gli orchi erano eccitati, ed emettevano suoni gutturali che ora, dopo settimane di prigionia, riusciva quasi a distinguere e a decodificare. Da un tunnel che usciva dai piedi del totem uscì un orco, diverso da qualsiasi altro ne avesse visto fino ad allora, e l'eccitazione del clan si fece più grande e violenta. Si avvicinò a lui, e dopo essersi schiarito la gola, disse:
"U-u-mmano. Debole u-ummano."
La squallida imitazione della sua lingua madre gli fece gelare il sangue nelle vene e stette quasi per svenire, ma la sorpresa di sentire per la prima volta dopo tanto tempo parole che era in grado di distinguere gli permise di continuare ad essere concentrato.
"U-u-mmano, tuu-u, hai... - un secco colpo di tosse fece schioccare la cassa toracica dello sciamano, come se il solo pronunciare quelle parole aliene fosse un azione blasfema e dolorosa allo stesso tempo -...hai, qu-ualcosa che... noi non capire.".
La febbre aveva annebbiato la vista e confuso la mente, e il terribile idolo aveva preso vita, animato dalle luci delle torce. Lo sciamano allora mise la mano dentro ad una sacchetta e gli porse con un gesto inaspettatamente cortese un piccolo oggetto. Era un pezzo di stoffa umido e malconcio, e qualcuno ci aveva disegnato sopra qualcosa che non riusciva a comprendere. Lentamente, gli orchi del clan abbassarono il tono delle loro voci, quasi sfiorando il silenzio completo, e gli occhi dello sciamano si iniettarono di rabbia, e urlò:
"U-U-MANO! PARLA! PARLA O MORTE!"
Cosa voleva sapere quell'orco? Il grido lo scosse profondamente, e lottando contro la tentazione di accasciarsi a terra e chiudere per sempre i suoi occhi riuscì a mettere a fuoco quel piccolo lembo, e finalmente capì. Era il prezioso lavoro di un artista, che portava sempre con sé nei lunghi viaggi che lo separavano dalla sua casa e dalla sua famiglia e che gli orchi avevano dovuto aver trovato addosso ai vestiti che indossava prima del naufragio. In quei disegni, riconobbe il profilo di sua moglie, e di suo figlio.
Aveva cominciato a piangere.