Capitolo 5: La speranza

Silvaen Tas' Del tornò dai suoi compagni e riferì loro il nuovo compito che gli era stato affidato. Non fu facile ma alla fine riuscirono a diventare amici di questa nuova popolazione che chiamarono Umana. Molti tra di loro, e soprattutto Bretàn, capo del villaggio di Meretas, si dimostrarono persone aperte e leali. Gli umani erano esseri strani, di questo gli elfi erano veramente sicuri. Di carattere labile, vario, multiforme, mutevole, era difficile per Silvaen Tas' Del spiegare alla grande Elialanas Amakir come in loro poteva unirsi tale mancanza di rispetto per la natura o al contrario amore e generosità. Di sicuro era forte e pungente la curiosità che spingeva questi nuovi esseri bipedi verso tutto ciò che era ignoto. Con immensa facilità gli umani iniziarono a imparare l'uso e la tecnica di costruzione degli archi e delle freccie e grazie agli insegnamenti dei primogeniti si avviarono all'uso del ferro costruendo lance e spade sempre più perfette e letali.

Molti tra i membri del Gran Consiglio elfico iniziavano già a temere di aver compiuto un fatale errore dando tale potere e conoscenza ad una popolazione così barbara e retrograda come quella umana quando il destino volle che ci fosse bisogno di loro.
Fino a quel momento e per lunghi secoli gli elfi erano riusciti a contrastare le orde dei mostri e gli attacchi degli invidiosi drow ma forse Cythor si era nuovamente svegliato, o Eris non vedeva di buon occhio questa nuova alleanza o... qualunque divinità stesse tessendo la sua tela, fatto era che i Primogeniti correvano un grave pericolo.
Gli esploratori e gli elfi di ronda iniziarono a vedere spostamenti sempre più massicci di forze che, da tutte le direzioni, parevano confluire verso le loro città e verso Yvraen Eld'Id in particolare. Tutti gli elfi furono mobilitati. Tutte le città allarmate e il Gran Consiglio chiese a Silvaen Tas' Del di rappresentarli chiedendo il loro aiuto agli umani.
Bretàn non rifiutò. Radunò i suoi più valorosi uomini lasciando solo un gruppo sparuto di guerrieri a difendere il vilaggio, comandato da Elthan, suo figlio minore. Lui stesso partì insieme a Hankar, il suo primogenito, e ad una cinquantina di valorosi guerrieri, armati delle loro migliori spade e protetti dalle più forti armature. Non erano molti ma Bretàn gli fece giurare per gli elfi la stessa fedeltà che dovevano a lui.

Dopo un lungo ma veloce viaggio entrarono nella capitale del mondo elfico, e quale non fu il loro stupore nel vedere tanta magnificenza e splendore. Una valle circondata da alberi secolari e floridi e abitata da animali dei più vari colori quali loro non avevano mai visto. E palazzi dei materiali più fini e pregiati risplendere al sole, e fonti e statue di eccelsa fattura, tali da commuovere a pianto anche gli animi più rozzi e pronti alla guerra.
Gli elfi poi li accolsero con grande riconoscenza e gentilezza. Per una settimana intera la truppa umana si lasciò cullare dalla dolcezza dei cibi e da quell'atmosfera eterea che respiravano ovunque.

Intanto Bretàn, seguito dal suo figlio e vice Hankar, ideava le strategie militari con Elialanas Amakir e il resto del Grande Consiglio che non potè non notare, con un certo scetticismo, le grandi doti pragmatiche che gli umani dimostravano avere in battaglia. Sembrava che quello fosse il solo scopo per cui fossero nati, tanto ne erano avvinti e appassionati. Ciò che però li confortava era il grande cuore di Bretàn, di cui si fidavano ciecamente.

Furono scelte le truppe, decise le strategie, tutti i giovani vennero allenati all'uso delle armi.
Per gli elfi già questa era una dura sconfitta e una grave ferita nel cuore.

E venne la guerra. Venne con immense truppe di mostri dalla potenza mai vista e dall'aspetto terrorizzante, comandati da degli abilissimi drow. Ci furono plotoni interi di drow a cavallo di incubi, orsi, lupi infernali, e ancora arpie e mostri mai visti. Tutti i figli maledetti di Xenathion risposero al suo appello e piombarono contro le difese elfiche. Ma gli elfi erano pronti e resistevano.... resistevano... Con trappole, piccoli assalti e qualche stratagemma riuscirono a bloccarli, a confonderli, a farli perdere nella foresta, in quell'intrico di rami che per loro era diventato un labirinto irrisolvibile. E con l'andare del tempo il più delle forze nemiche si indebolì. La fame, la disperazione, e poi il freddo e il gelo stava riuscendo a vincere la ferocia delle truppe nemiche, o almeno questa era la speranza!